Rassegna
Opere
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Il volo di un animo Figure e gesti, bugie e verità, armonica folla di voci multiformi: il racconto di una vita sbocciata a Venezia il 6 Luglio del 1952. Lacrime e sorrisi, descrizioni ed evocazioni, stupefacente sinfonia di urla e mormorii che partendo dal Canal Grande hanno attraversato la Marca trevigiana fino a lambire le spiagge di Fano, per tornare poi a spaziare tra la terra e l’acqua dell’ entroterra veneto. Quadri e sculture, ceramiche e disegni che nascondono e rivelano, che dicono e non dicono: ineffabili dichiarazioni dei segreti moti di un animo. L’inizio del viaggio: una donna, madre e artista, che dona tavolozza e pennello al proprio figlio; un bambino che si accomoda sul pavimento per scoprire un cosmo variopinto, che si nasconde sotto il tavolo per giocare con l’arte alla ricerca di quella travolgente ironia creativa che lo porterà, negli anni a venire, a “giocare con la realtà per la realtà”. Un ragazzino che nella freschezza dei suoi quattordici anni, con ardito timore osa bussare al mercato dell’arte e riesce a vendere le sue prime opere: quadri a soggetto commerciale, come nature morte nelle quali riposano chitarre e mandolini. “Niente di nuovo”, qualcuno potrà dire; ma in questo “già visto” si aggira una creatività emozionata ed emozionante che oltrepassa i consueti canoni per portare in scena un’insolita meraviglia artistica. All’improvviso, la comparsa dei “quadri rossi” (Apertura Luce, 1966; Spazi Luce, 1966): una nuova emozione, un nuovo fervore creativo, un magma infuocato da una gestualità al tempo stesso impulsiva e meditata, nella quale, tra appassionati intrighi di colore, il figurativo si tuffa nell’astratto più estremo. Un momentaneo approdo, solamente un istante di un’intera vita: perché nelle aule dell’Accademia veneziana, Edmondo Bacci suggerisce che il superfluo confonde e la comunicazione rischia di essere soffocata dal caos delle parole; meglio “dire poco”. E allora si dispiegano le ali per librarsi verso uno spazialismo accattivante ed una sintesi assoluta, fino a scoprire la totalità nel nulla del vuoto (si veda la serie delle finestre nere, anni settanta). Vincente scelta artistica subito ripagata da un notevole successo commerciale nella risposta del pubblico così come in quella della critica, subito abbandonata non appena lo scorrere delle vita travolge il quotidiano con nuove trepidazioni. Al di là della finestra si coglie un paesaggio buio: un nero profondo, inquietante e provocante al tempo stesso. Che fare? Rimanere al di qua del baratro oppure tuffarsi nell’abisso sconosciuto che si intravede dalla feritoia? Una terribile paura confusa da un seducente timore disorienta quest’animo inquieto, questo instancabile viaggiatore attraverso i secoli dell’arte e gli attimi di una vita; perché, al di la della finestra, si scorge la morte. Fintantoché, l’incontro con Emilio Vedova precipita l’accadere di un fulmineo capovolgimento: la decisione di oltrepassare quel vuoto, di scegliere la passione per la vita e naufragare così in una sinfonica meraviglia di colori. E allora libero sfogo a tensioni esplosive, rotture enigmatiche, astrazioni estreme, a tratti che traboccano di vitalità per portare in scena suggestive deflagrazioni di pensieri e gestualità nate da un fare artistico in continua metamorfosi. Dalla figura alla sintesi; dalla sintesi all’astratto. Sperimentazione degli opposti, dei diversi punti di vista per trovare il proprio punto di vista; decontestualizzazione di strumenti e tecniche pittoriche per conquistare una perfetta padronanza nella manipolazione della materia; una materia plastica, nella quale il gesto trova spazio e si abbandona ad una libertà primigenia. E così, dopo questo importante tirocinio, il ritorno all’origine: sul palcoscenico, ancora una volta, la figura. Figura descritta, figura evocata, figura manipolata; un burattino ironico e provocante, che al di là di ogni vincolo o compromesso concede la libertà di un gioco fantasioso e scatena un corto circuito emotivo straniante e coinvolgente. Una bizzarra ordinarietà che al primo incontro appare troppo scontata per alcuni, troppo provocante per altri; insieme, di fronte alla stessa opera, fascino e repulsione, desiderio di scappare via e voglia di ritornare. Giorno dopo giorno, si avvicendano gli incontri: diversi punti di vista, altre impressioni visive ed emotive, delusioni oppure timori, succedersi di imprevedibili scoperte. All’improvviso, lo sguardo vince superficialità e paura e finalmente entra dentro l’opera d’arte; dentro il colore, dentro la materia, dentro l’emozione di un gesto che in un attimo trasporta all’interno del processo creativo. Dentro l’opera d’arte, abbandonarsi ad uno spettacolo strabiliante, ritrovare l’origine, scoprire l’emozione che trasuda tra una pennellata e un taglio; perdersi magicamente in tratti che sono al tempo stesso forma e tinta, volume e ritmo per esprimere la genuina espressione della totalità; riconoscersi in una figura che diventa materia, una materia che si rivela nel gesto come immediata ed autentica espressione del volto di un animo. Giordano Giampaolo, un uomo esuberante e malinconico al tempo stesso, è riuscito a stabilire un profondo legame tra la sua vita e la sua arte; ogni sua opera, anche quelle così enigmatiche da sembrare a prime vista incomprensibili o troppo scontate, viene da lui trasformata in una singolare e straordinaria dichiarazione dei moti del suo animo. Un’Arte che diviene un efficacissimo mezzo di comunicazione, anche se spesso le sue creazioni sono sfuggenti ed oscure, proprio nell’ingannevole ordinarietà della prima impressione; perché, non appena ci si lascia trasportare dalle stranezze e dalle ambiguità che la pervadono, ci si trova immersi in quei sentimenti così veri e profondi che l’hanno generata. Un magnifico volo, il volo di un animo che con urla silenziose rivoluziona i tempi e gli spazi consueti: dalla tela al rifiuto, attraverso legni e stracci; dalla penna al bisturi, attraverso smerigliatrici e compressori; dal graffio al taglio, attraverso schiaffi e carezze, per giungere all’incanto di opere inebriate da una pura fantasia.
“Giocare con la realtà per la realtà”, perché l’arte è un gioco appassionato, nato dalla vita per infondere vita.
Dott.ssa Michela Mantoan |
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